Stampo sempre a contatto tutte le pellicole piane che scatto e qualche volta lo faccio su carta Ilford a contrasto fisso (scaduta da anni) che mi è stata regalata da Roberto. Così ottengo delle fotografie da abbinare ad ogni pellicola nei faldoni archivio per individuarle poi più facilmente. Essendo stampe a contatto principalmente per uso personale, funzionali alla sola visione veloce, non mi curo troppo di contrasti e mascherature. Soprattutto, ne stampo una di prova unicamente per regolare il timer per quella successiva, che sarà buona comunque. Questa prima stampa, veloce, distratta ma importantissima, resta nei bagni quanto basta, a volte anche meno, e regolarmente finisce sotto la vaschetta del risciacquo tra altre strisce di provini a scalare, mezze stampe, mezzi abbandoni: insomma tra tutte le reiette, cadute e lasciate. Tutte fondamentali e indispensabili per la riuscita della stampa finale. Queste vivono però di vita autonoma per i bagni chimici che hanno poco rispettato. Queste a volte mi emozionano più delle loro sorelle secondogenite belle.
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A Labour of Love
Uno pomeriggio fotografico rimandato a lungo che siamo riusciti a realizzare verso la fine di agosto. Benedetta è una ragazza di rara bellezza che trasmette serenità e dolcezza.
Dopo aver scattato la prima serie di fotografie al lago, ci siamo spostati in un’altra location per ricreare un’illuminazione e un set minimale (uno sfondo nero come in studio).
Provini a contatto
Tanti e diversi lavori si fanno nel corso dell’anno e alcuni mi coinvolgono emotivamente più di altri. Questo tipo di immagini sono quelle che maggiormente mi trasmettono la sensazione di stare impiegando bene il mio tempo qui.
Nascono da sole in testa e da quel momento cominciano a vivere da sole finchè, attraverso diversi momenti d’argento (così affettuosamente mi piace chiamare il processo analogico dal negativo alla stampa) non diventano fotografie vere.
Per l’unico e prezioso piacere di farle.
10 regole utili
Questo mio lavoro ce l’ho cucito addosso. Non ci sono orari nè calendari e non potrebbe essere altrimenti. Tuttavia nel corso degli anni ho sbagliato tanto e continuo a sbagliare perchè la concentrazione costante su un’attività porta anche alla distrazione e disattenzione. Il luogo dove maggiormente servono attenzione e ‘messa a fuoco’ è la Camera Oscura: ogni processo di sviluppo o di stampa richiede tempi, temperature ed azioni precise che sono sempre le stesse ma sempre nuove ogni volta. In questa Camera ho pensato a queste 10 regole, che mi porto anche fuori:
Il telefono qui non serve.
Entra se hai tempo.
Se sei stanco fermati.
Pensa a quello che stai facendo.
Lavora piano.
Ogni cosa ha bisogno del suo tempo.
Ogni errore conta.
Ogni problema risolto diventa una regola per risolvere altri problemi.
Pensa a quello che stai facendo.
La gratificazione per una fotografia ben fatta è di averla fatta.
Asciugatura Pellicole piane
Mentre lasciavo asciugare 4 pellicole piane, ho guardato attraverso la finestrella del armadio asciugatore Fraco e le ho viste ‘danzare’ tra loro.
Per qualche motivo mi è subito venuta in mente la scena d’apertura del film Walk The Line : i detenuti che battono mani e piedi a tempo per incitamento e impazienza nell’attesa dell’uscita sul palco di Johnny Cash.
Drying Negatives Blues
Camera Oscura – Dove ogni secondo conta e al buio si vede.
Momenti d’Argento
Dall’amore per la fotografia analogica e per le ore di stampa in camera oscura, con soave abnegazione.
Presentazione IL CORPO SOLITARIO nell’autoscatto fotografico
IL CORPO SOLITARIO
nell’autoscatto fotografico
a cura di Giorgio Bonomi
21 febbraio – 2 marzo 2013 (dal martedì al sabato ore 16-19)
Inaugurazione: giovedì 21 febbraio, ore 17.30
Giovedì 21 febbraio, presso il Centro Di Sarro di Roma, sarà presentato il nuovo libro di Giorgio Bonomi Il corpo solitario. L’autoscatto nella fotografia contemporanea, Editore Rubbettino che in più di 400 pagine, tutte a colori, esamina oltre 700 artisti di tutto il mondo, a partire dagli anni Settanta.
Per l’occasione è stata organizzata una mostra che presenta artisti che con la fotografia hanno messo in pratica le modalità dell’autorappresentazione, spesso evidenziando una poetica di “solitudine”.
Si parte dal proprio corpo come elemento primario di sé e, soli con se stessi, si ricerca una rappresentazione che può essere “reale” o “possibile”, tragicamente data o felicemente ipotizzata.
Per “autoscatto” si intendono tutte le forme possibili con cui questo può realizzarsi: dall’autoscatto vero e proprio (con il temporizzatore, con la macchina fotografica in mano, con il flessibile, con il telecomando) alla fotografia realizzata da un assistente il cui compito è meramente esecutivo: così possiamo usare molte definizioni, per le realizzazioni ottenute con questa tecnica che è anche una poetica, come “autoritratto”, “percezione di sé”, “identità”, “allo specchio”, e molte altre, per quel concetto di “autorappresentazione” che l’artista, da sempre, ha tentato.
La pratica dell’autoscatto è enormemente diffusa in tutto il mondo, soprattutto negli ultimi anni, qui si presentano un ristretto, ma significativo gruppo di artisti, in prevalenza di genere femminile – infatti, altra caratteristica del campo dell’autoscatto è proprio la numerosa presenza femminile – europee che, al di là delle differenze, anche anagrafiche, hanno tutti un notevole curriculum artistico e professionale di livello internazionale.
È caratteristica dei nostri tempi l’apparizione di un modo nuovo di riflessione sulla propria identità, sul proprio corpo, sulla conoscenza di sé. Finito lo “scandalo”, finita la necessità ontologica di una autodefinizione, l’artista ha cominciato a indagare su se stesso come oggetto di conoscenza, da
un lato, e come soggetto di narrazione, dall’altro: la metodologia dell’autorappresentazione è apparsa la più funzionale e la più appropriata per simili operazioni; la stessa componente narcisistica, certamente presente, assume un valore diverso se leggiamo il mito greco non come
esempio di futile vanità (Narciso muore affogato o di consunzione, a seconda delle versioni, perché innamorato di sé) bensì come esemplificazione dell’operazione del conoscere, cioè il percepire l’altro da sé (ciò che sta davanti al soggetto conoscente) e comprenderlo (che, etimologicamente, significa “prendere insieme”, “afferrare”), per cui Narciso muore nel tentativo di “afferrare” la sua immagine “riflessa” sull’acqua proprio per conoscere se stesso, cioè con l’“autoriflessione”, e si consideri che possiamo conoscere la parte più significativa del nostro corpo – il volto – solo con lo specchio, che ci “riflette”: con il mito di Narciso si evidenzia che il desiderio di conoscere comporta rischi estremi, fino alla morte, come insegna anche l’altro grande mito sulla conoscenza, l’Ulisse dantesco.
È evidente che in questa odierna società, sempre più spersonalizzata e basata sull’immateriale, il percorso di riappropriazione non può che partire da se stessi e dal proprio corpo:
l’autorappresentazione, quindi, permette di evitare mediazioni, funziona come “specchio”. Un altro dato interessante consiste nel fatto che, come si è accennato, tra gli artisti che usano l’autorappresentazione, sono prevalenti le donne, per spiegare il fenomeno possiamo ricorrere a tutte le categorie indicanti le caratteristiche femminili: intimità, riservatezza, immediatezza, pudore, e così via, se non le interpretiamo in modo mellifluo e se accettiamo la lezione del femminismo più accreditata che prevede non l’uguaglianza bensì l’esaltazione delle differenze di genere.
Infine, ma a rigor di logica sarebbe la prima domanda da cui partire, dobbiamo chiederci: perché proprio la metodologia dell’autorappresentazione? Riteniamo che, oltre alle motivazioni sopra esposte, questa forma di rappresentazione/espressione permetta all’artista di unificare soggetto ed oggetto senza mediazioni e di usufruire di una completa “solitudine” nell’atto creativo. Se, infatti, quando l’artista riprende una realtà altra con la camera fotografica, abbiamo l’ingranaggio di tre elementi – il soggetto che riprende, la macchina, l’oggetto ripreso – con l’autoscatto il primo e il terzo si unificano quasi fagocitando, per così dire, il secondo. Tutto ciò permette di evitare, almeno a livello concettuale e metodologico, ogni interferenza esterna, positiva o negativa, e l’autore si trova “solitario” e carico di una responsabilità, etica ed estetica, maggiore e con una dose assai più ampia di rischio: ma la sfida crediamo, come si può vedere anche in questa mostra, ha dato risultati assai interessanti.
GLI ARTISTI
Natascia Becchetti – Stefania Beretta – Isabella Bona – Maria Bruni – Marina Buratti – Anja Capocci -Maurizio Cesarini – Antonio D’Agostino – Luigi Di Sarro – Isabella Falbo – Lucia Gangheri -Anna Maria Gioja – Werther Germondari – Tea Giobbio – Alessio Larocchi – Maria Mulas – Federico Nardelli – Caterina Notte – Virginia Panichi – Valentina Parisi – Daniela Perego – Andreina Polo – Elettra Ranno – Rivka Spizzichino – Sara Spizzichino – Alessandra Tescione – Mona Lisa Tina – Emiliano Zucchini
IL CURATORE
Giorgio Bonomi è nato a Roma nel 1946, vive a Perugia. Dopo un periodo di studi e scritti di filosofia politica, tra cui il libro Partito e rivoluzione in Gramsci, ed. Feltrinelli 1973, la collaborazione a “il Manifesto”, si è dedicato all’arte contemporanea come critico, curatore di mostre, saggista e fondando e dirigendo la rivista “Titolo”. Ha diretto il Centro Espositivo della Rocca Paolina di Perugia dal 1994 al 1999. È stato il Direttore della Fondazione Zappettini (Chiavari e Milano) che si occupa della pittura analitica, e della Biennale di Scultura di Gubbio. Tra le circa duecento mostre curate in Italia e all’estero, ricordiamo: Plessi; Beuys. Difesa della Natura; le Biennali di Scultura di Gubbio del 1992, 1994, 2006, 2008; 3 X Monochrom: Fontana, Manzoni, Pinelli; Pittura 70. Pittura pittura e astrazione analitica. Dirige la Collana Arte contemporanea di Rubbettino Editore, presso cui ha pubblicato gli ultimi suoi due libri, La disseminazione. Esplosione, frammentazione e dislocazione nell’arte contemporanea; Il corpo solitario. L’autoscatto nella fotografia contemporanea.
Centro Luigi Di Sarro – Via Paolo Emilio 28 – 00192 Roma – Tel. +39 063243513
